Un giorno ci accorgeremo che l'automazione non è cominciata quando il primo robot ha preso il posto di un operaio. È cominciata prima, il giorno in cui l'operaio ha accettato di farsi guardare abbastanza a lungo da insegnargli il lavoro.
Non è successo in un laboratorio segreto né in un film di fantascienza. È successo nel modo più banale che ci sia: una telecamera fissata sulla fronte, un paio di occhiali un po' più intelligenti del solito, un aggeggio montato in testa come quello dei minatori. Solo che qui la miniera non sta sottoterra. La miniera è il lavoro delle persone, e il giacimento da scavare è il gesto di chi lo fa.
Una telecamera sulla fronte, in India
In una fabbrica di abbigliamento alla periferia di Delhi lavora Lalita. Ci sta da quasi un anno quando la direzione chiede agli operai della sua linea di attaccarsi una piccola telecamera alla fronte prima di iniziare il turno. All'inizio ridono. Sembra una buffonata, una lampada da minatore senza la lampada.
Poi capiscono. Quella telecamera non riprende soltanto la maglietta che passa sotto le mani. Riprende loro. Il ritmo delle dita, le pause, gli errori, le due parole scambiate con la vicina, il movimento ripetuto mille volte in otto ore. La storia la racconta un'inchiesta del Guardian, e non riguarda solo Lalita: sono sempre di più gli operai tessili invitati a filmarsi mentre lavorano.
L'intelligenza artificiale ha fame di mani
Per anni queste macchine hanno mangiato altro. Libri, foto, articoli, canzoni, codice, conversazioni, interi pezzi di cultura umana buttati dentro come legna in una caldaia. Adesso hanno lo stomaco pieno di parole e vuoto di gesti.
Il problema, per un robot, è la materia molle. Un algoritmo scrive un sonetto in tre secondi, ma piegare una maglietta è una guerra. La stoffa cede, si arriccia, non sta ferma. Per imparare a domarla serve guardare qualcuno che lo fa già, ore e ore, giorno dopo giorno. Serve una Lalita.
Si chiamano "dati egocentrici"
I filmati ripresi dal punto di vista di chi lavora hanno un nome tecnico che sembra uscito da un manuale di psicologia: dati egocentrici. Video girati con gli occhi di chi agisce, che mostrano alla macchina esattamente ciò che vede una persona mentre compie un movimento.
Per i robot valgono oro. Ed è qui che la faccenda smette di essere tecnica e diventa politica. Quei filmati non restano in fabbrica. Vengono ripuliti, selezionati, etichettati, venduti, trasformati in modelli che un domani entreranno nei magazzini, negli ospedali, nei supermercati e a casa nostra. L'operaio, quando gli va bene, incassa la paga del turno. Il valore del suo gesto prende un'altra strada: sale di livello, passa da un server, cambia continente e diventa proprietà di qualcun altro.
Il gesto che vale miliardi (a qualcun altro)
C'è una società indiana, EgoLab, che raccoglie questi video anche nello stabilimento di Gurugram dove lavora Lalita. Tra i suoi clienti più grossi c'è Tesla. E Elon Musk ha detto a chiare lettere che l'80 per cento del valore futuro della sua azienda non arriverà dalle auto elettriche, ma dai robot umanoidi.
Fate il conto voi. Il futuro di una delle aziende più ricche del pianeta potrebbe poggiare, in parte, sui gesti registrati di lavoratori che di quel valore vedono una briciola.
L'India, intanto, si sta prendendo un pezzo enorme di questa economia. Non solo perché ha milioni di braccia, ma perché controlla già uno snodo decisivo della filiera: l'annotazione dei dati, cioè il lavoro paziente di etichettare tutto quel materiale perché la macchina lo capisca. Il Paese pesa per circa un terzo del mercato mondiale del settore, e la maggior parte dei ricavi arriva da clienti americani.
A New York le pulizie sono "gratis"
La stessa logica è uscita dalle fabbriche ed è entrata nei salotti. A New York una startup che si chiama Shift offre un servizio di pulizie a costo zero. Una persona viene a casa vostra, si mette addosso una telecamera, pulisce, e nel frattempo registra tutto per addestrare l'intelligenza artificiale e i robot domestici.
Voi non pagate un centesimo. Questa è la parte seducente. Pagate lasciando che la vostra casa diventi un'aula. La startup rassicura: volti sfocati, dati sensibili cancellati, consenso informato. Tutto vero, probabilmente. Ma anche quando oscuri un documento sul tavolo, la casa resta lì. La pianta, i mobili, le abitudini, il modo in cui una mano prende una tazza dallo scaffale.
Abbiamo passato anni a discutere di dati personali. Dei dati del corpo non abbiamo quasi parlato. Ci siamo immaginati la sorveglianza come un occhio che ci osserva dall'alto, e non come un occhio che ci montano addosso. Abbiamo scritto leggi sul copyright per scrittori, fotografi, musicisti e illustratori. Non abbiamo ancora una parola per il diritto di chi insegna a una macchina come si afferra un bicchiere, come si piega un asciugamano, come si cuce un colletto.
Non solo le mani. Anche la testa
Che non succeda solo agli operai, lo dimostra Hollywood. Dopo lo sciopero degli sceneggiatori e il crollo delle produzioni, molti autori si sono ritrovati senza contratti. Alcuni hanno accettato un lavoro nuovo: addestrare l'intelligenza artificiale. Correggono dialoghi, giudicano scene, spiegano perché una battuta cade male o perché un personaggio suona finto.
In pratica fanno ancora il loro mestiere. Solo che non lo fanno più per una serie o per un film. Lo fanno per insegnare a una macchina a farlo al posto loro. È lo stesso corto circuito degli operai con la telecamera in fronte. La sarta insegna al robot a cucire. La donna delle pulizie gli insegna a pulire. Lo sceneggiatore insegna al chatbot a scrivere.
Forse serve un diritto d'autore del gesto
Il capitalismo digitale ha sempre avuto un talento particolare: convincere le persone che quello che stanno regalando non vale niente, almeno finché qualcun altro non l'ha già trasformato in miliardi.
Guardate cosa succede al lavoratore. Diventa produttivo due volte. La prima quando fa il suo mestiere. La seconda quando il suo mestiere viene catturato come esempio, e usato per eliminare, ridurre o mettere in riga quello di qualcun altro, magari il suo stesso.
Resta una domanda, ed è più semplice di quanto sembri. Quando una macchina impara il tuo lavoro guardandoti lavorare, tu stai lavorando anche per lei? Se la risposta è sì, allora qualcuno ti deve pagare. Se la risposta è no, abbiamo appena inventato la forma più elegante di esproprio mai vista: non ti rubano il lavoro con il robot. Prima ti chiedono di insegnarglielo. Gratis.